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“La vera croce”, un’occasione mancata

Avvenire – 9 gennaio 2015

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Poteva essere di grande interesse, questo libro di Chiara Mercuri intitolato «La vera croce. Storia e leggenda dal Golgota a Roma» (pp. V-184, Laterza, € 16,00). Purtroppo si tratta di un’occasione mancata. Non tanto per la narrazione affrettata e lo stile svelto (potrebbe essere un pregio) quanto per i passaggi non spiegati e il generale scarso approfondimento. Il libro narra la storia del rinvenimento della Vera Croce a Gerusalemme, del suo culto e utilizzo nei secoli. Del rinvenimento, di fatto, si parla poco e l’autrice spiega perché. Secondo lei, in sintesi, è poco credibile. Circa l’inventio crucis, parte da una domanda alla quale si dà da sé risposta: «Possiamo davvero immaginarci che […] che le due aste orizzontale e verticale, rimasero sigillate sottoterra al momento della costruzione del tempo di Venere per poi esser ritrovate da Elena al momento dei lavori di scavo?». No, si risponde la Mercuri, che aggiunge: «è assai più probabile che la tradizione leggendaria abbia preso corpo al momento del piano di lavoro di edilizia cristiana operato nella città da Elena e Costantino». Così si nega ogni possibile o probabile storicità del recupero della croce da parte di Elena, madre di Costantino, nel IV secolo. Ecco un metodo discutibile per procedere in una discussione storica. Perché, se è doveroso porsi queste domande, è altrettanto doveroso articolare tali dubbi, argomentarli, fondarli. Forse è improbabile che la croce sia stata trovata da Elena ma non è impossibile. Se è impossibile bisognerebbe spiegare perché. Elena, scrive l’autrice, «più che le vuote dispute dei teologi, più che le imposizioni dogmatiche imposte dal concilio» voleva dare ai fedeli qualcosa di concreto e per questo, dopo Nicea, sarebbe andata a Gerusalemme sulle tracce della croce. Le prime attestazioni del culto partono dal 348/350, questo è vero, quando la croce comincia ad essere nominata e ciò – sembra di capire – farebbe pensare all’invenzione della reliquia. Del resto la difficoltà del recupero – sotto ad un edificio – spiegherebbe da sola il fatto che non fosse accessibile e che non esistesse un culto ad essa dedicato. Comunque, scrive l’autrice, da quel momento, la croce come altri instrumenta passionis fu usata come prova della storicità della Passione. Così Ambrogio, alla morte di Teodosio, che aveva reso il cristianesimo non soltanto la religio licita ma quella ufficiale dell’Impero, la nomina e anzi «inventa» la storia del suo ritrovamento da parte di Elena per fondare l’idea dell’impero cristiano. È un ipotesi e basta. Il resto del libro, dalla profanazione di Cosroe in poi, sfiora velocemente il tema del culto delle reliquie come strumenti di potere, tocca il tema della «propaganda», delle reliquie inventate e del loro mercimonio con un piglio, talvolta illuminista (nel senso deteriore del termine) e una narrazione che soltanto a tratti si fa interessante. Interessante, ad esempio (perché si passa dal piano della plausibilità storica di certi fatti a quello dell’analisi simbolica), è il racconto del legame che si instaura fra Carlo Magno e un pezzo della reliquia della croce e la croce stessa nella fondazione dell’Impero. Il libro liquida frettosolamente anche il grandioso fenomeno del monachesimo con parole come queste: «in un mondo quasi del tutto analfabeta, essi erano stati i soli ad imporre nuove scelte e tendenze culturali. A differenza del clero secolare, infatti, essi avevano scelto di vivere al riparo degli affanni del mondo, lontano dalle lotte religiose e politiche, nel chiuso di monasteri isolati, dove al lavoro fisico […] avevano via via preferito quello intellettuale». Dunque il monachesimo non era una via alla preghiera e alla contemplazione ma un vivere al riparo dal mondo? Viene anche da chiedersi se abbiamo letto male i testi che raccontano delle dispute fra scuole monastiche nell’XI secolo. Anche a libro chiuso si ripresenta l’impressione iniziale: un’occasione mancata per un libro che doveva trattare un tema tanto profondo per i suoi rivolti storici e simbolici.

Avvenire, 9 gennaio 2015

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