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Recensione – “Radici Cristiane”, n. 47

RC, 17 agosto 2009

The Manchurian Candidate non è solo un film di fantapolitica: è stato un vero e proprio progetto di manipolazione della mente umana attraverso l’uso di psicofarmaci che portassero un soggetto a compiere atti (anche, se non soprattutto) criminali senza rendersene conto e senza conservarne la memoria. Questa è una delle tante vicende raccontate da Mario Arturo Iannaccone nel suo approfondito studio sull’utilizzo delle droghe a fini politici, utilizzo che però passò attraverso una lunga campagna tesa ad abbassare “la soglia di riprovazione sociale”, iniziata negli anni ’50 e presente, sostanzialmente, tutt’oggi.

È la rivoluzione psichedelica, che precede e si integra quella sociale del ’68, (e forse genera o almeno contribuisce a generare). Prendiamo il caso dell’LSD: all’inizio fu proposto come mezzo per rinvigorire l’ispirazione artistica e venne ritenuto una sorta di via brevis alla sperimentazione degli “stati mistici” e all’esperienza immediata del “sacro”. Quindi il suo uso produsse un vero e proprio movimento intellettuale, alla cui guida ci fu lo scrittore Aldous Huxley, membro della loggia esoterica Golden Dawn, che si ispirava ai “mangiatori d’oppio” del passato (da Coleridge a Baudelaire) e del XX secolo (tra cui Lawrence, Junger e Artaud).

Successivamente il ruolo dell’LSD si spostò dall’ambito “mistico” e “artistico-creativo” divenendo fondamentale per accendere la rivolta giovanile: in particolare il movimento psichedelico si sviluppò – questo il perno del documentatissimo saggio di Iannaccone – sulla base di un’organizzata copertura di sistema. Paradossalmente, ma non tanto, proprio quello stesso sistema che gli hippies e i radicali credevano di combattere.

(RC n. 47 – Ago/Set 2009)

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