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Dark Screen – “Come è attuale Dracula…”
Avvenire – 25 settembre 2009

di Mario Iannaccone
In una delle prime pagine del romanzo Dracula, il conte vampiro, dopo aver dismesso i panni del cocchiere che ha condotto Jonathan Harker al castello transilvano, «come il trasformista Fregoli, si affretta a tornare sul palco in quelli di un altro finto vivo, il padrone di casa». Perché «il vampiro è un attore, e la sua vera identità resta sempre ambigua…». Ecco una delle intuizioni che aprono un libro approfondito, erudito, labirintico, dedicato alla multiforme vita di Dracula al cinema e in televisione: The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo (Gargoyle, pp. 702, € 19) di Franco Pezzini e Angelica Tintori. È un fatto: tra le creature immaginarie della notte e della tenebra, è il vampiro quello che più ha conquistato il pubblico dei lettori e degli spettatori del cinema. Non c’è gara fra la sua popolarità e quella di uomini lupo, creature di Frankenstein, zombie e altri colleghi della caligine. Anche fra tutti i vampiri letterari suoi precedessori (come il Lord Ruthven di John Polidori e Carmilla di Sheridan le Fanu) è sempre lui, Dracula, ad aver vinto la guerra dell’immaginazione. Le messe in scena delle gesta esecrande del conte Dracula e della sua progenie, sono state incessantemente riproposte ad un pubblico mai sazio. Forse perché il vampiro è per costituzione un attore-trasformista, come si è detto, o forse perché è un manipolatore che sa presentarsi sotto forme seducenti, cosa impossibile ai suoi colleghi. The Dark Screen è un’impresa notevole, che non si presenta come la solita compilazione di schede; è una vera e propria inchiesta sulle ragioni della vitalità del mito del vampiro a partire dalla sua origine letteraria, il Dracula di Bram Stoker (1897), appunto, «prodigiosa combinazione di miti, sogni e angosce del moderno Occidente. Una sorta di manifesto espressivo di istanze sociali, morali, religiose, economiche, politiche del proprio tempo e insieme, in qualche modo, già prefigurante i secoli successivi». Da questo concentrato di temi simbolici nasce il capitale di Dracula, e la sua fortuna nella civiltà dell’immagine, ed è inutile ricordare, qui, quanto ne abbiano parlato folkloristi e studiosi di mass media, e quanto ne abbiano lucrato gli psicanalisti di ogni scuola. Noto soprattutto per le centinaia di riduzioni teatrali, cinematografiche e televisive, più che per conoscenza diretta – il romanzo è però assai più denso e complesso di quanto le riduzioni lascino intendere – il Dracula di Stoker ha fissato un’icona straordinariamente attiva, plastica e adattabile, del male e della sua suadenza, del peccato e della morte. La figura di Dracula, dipinta del nero della morte ma anche del rosso del sangue vitale e pulsante, costringe lo spettatore a soppesare l’indicibile di una vita protratta in terra, nella notte, il rovescio simbolico della vita eterna. Il suo mito è palestra ideale di ogni metamorfosi, produttore di un simbolico oscuro con pochi pari nella letteratura popolare moderna. Qualunque sia stata l’occasione immediata dalla quale si è generata questa figura (oscuri sensi di colpa, l’ombra della grande carestia irlandese del 1845-47 o – lo si è scritto – persino un’indigestione di granchi patita da Stoker), Dracula ha dimostrato da subito grandi potenzialità spettacolari. Il colto e intelligente conte bevitore di sangue è diverso dal suo modello folklorico (il vampiro delle leggende dell’Est europeo è torpido, grassoccio, ottuso e ha origine contadina) e colpisce soprattutto l’immaginazione degli americani, forse perché incarna qualche cliché peggiorativo della vecchia Europa, con le sue leggende, le sue vecchie lotte di religione, la divisione fra nobili e plebei. Tra le centinaia di adattamenti televisivi e cinematografici, si contano serie particolarmente apprezzate dai cultori, come quella prodotta dall’americana Universal negli anni Trenta (con la maschera di Bela Lugosi) e dall’inglese Hammer negli anni Cinquanta-Sessanta (con Cristopher Lee). Pezzini e Tintori seguono le metamorfosi del mito di questo eroe nero nelle più diverse circostanze storiche e politiche, culturali e produttive. Lungo questo tour de force nei territori dell’ombra e nei carnevali dell’industria dell’immagine, tra le bassezze di registi come Jess Franco sino alle trasposizioni raffinate di Polansky, Herzog o Coppola, scopriamo che il vecchio conte dice molto del nostro tempo e delle sue paure. Muore e risorge, è una figura anticristica, che offre un’immortalità apparente; viene combattuto con simboli e oggetti religiosi cattolici (curiosamente, il protestante Stoker ha provvisto il dottor Van Helsing, medico e teologo, di un crocifisso e acqua benedetta come armi efficaci) che possono incenerirlo. Nel mondo dell’immaginario, però, Dracula, come il Male, non muore. È destinato a tornare «come la fenice», a «dilagare ben oltre i confini violati dell’Occidente. Fino, forse, all’ultima consumazione del mondo che conosciamo».
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