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“Il Romanzo di Costantinopoli” di S. Ronchey e T. Braccini
Avvenire – 29 ottobre 2010
“Ho visto le rovine di Atene, di Efeso e di Delfi. Ho attraversato gran parte della Turchia e molte parti dell’Europa e alcune dell’Asia; ma non ho mai visto un capolavoro della natura e dell’arte che abbia suscitato in me un’impressione pari alla vista che si apre sui due lati, dalle Sette Torri sino alla fine del Corno d’Oro”. Così scriveva Lord Byron alla madre nel 1810, gli occhi ancora pieni di stupore per aver visitato la grande Costantinopoli, che i greci chiamavano ancora Bisanzio e i turchi avrebbero poi chiamato Istanbul. Lo leggiamo in Il romanzo di Costantinopoli. Guida letteraria alla Roma d’Oriente di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini (Einaudi, XXXI-958, € 28,00), una miniera ricca di filoni auriferi e argentei; un deposito d’immagini e metafore, descrizioni di luoghi e personaggi, raccontati dalla penna di una moltitudine di viaggiatori e scrittori come Melville, Flaubert, Pamuk, Gautier, Thackeray, Dos Passos, Dumas, Potocki e cento altri. Dieci itinerari nella Costantinopoli che ancora esiste o in quella che è scomparsa e che oggi possiamo immaginare nelle parole di chi la vide: l’immenso porto e il labirinto di vie che lo circondavano, l’anfiteatro che si allarga sulle colline del Bosforo, il Gran Palazzo, Santa Sofia, l’Ippodromo, il Marmara, il Corno d’Oro e poi Galata e Pera. Queste pagine evocano luoghi che, spesso, non sono più facendoci aspirare i profumi dei limoni e delle arance dei tanti giardini perduti; udire il vociare dei popolani che affollavano il reticolo di vie che saliva dal Marmara; percepire il gelo che spirava dalle architetture immense, i resti cadenti dei palazzi imperiali della Nuova Roma di Costantino; il fulgore corrusco dei mosaici d’oro nelle basiliche, gli edifici incrostati di pietre colorate e la triplice cinta muraria odorante di terra e rosmarino. “Le tre cinte si vedono ancora”, scriveva Flaubert nel 1840, una fra le tante firme che compongono questo affresco: “le muraglie sono coperte d’edera. Dietro brulica la città turca, con le sue case di legno e i suoi vestiti colorati. Vicino alle mura non c’è altro che un immenso cimitero piantato a stele funerarie e cipressi”. Il romanzo di Costantinopoli – riccamente dotato di apparati e bibliografie – può essere solcato con facilità ma è forse meglio consultarlo a caso, lasciandosi prendere dalla curiosità di un nome, di un luogo o dallo sbalzo di un ritratto estemporaneo, attraversando le sensibilità di quindici secoli. Si possono interpellare i molti viaggiatori devoti, in cerca di mosaici e antiche chiese; i viziosi, che ricercavano i piaceri orientali e gli eruditi che ansiosamente speravano di aggiudicarsi i libri provenienti dalla distrutta biblioteca degli imperatori; un patrimonio immenso di manoscritti e incunaboli, disperso fra librai e venditori di cianfrusaglie, che per secoli fece brillare gli occhi dei bibliofili che qui venivano per scambiare con oro manoscritti preziosi. Questo può essere un buon inizio per il percorso. Del resto, questo romanzo di Costantinopoli è un libro di libri.
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