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Carlo Maria Cipolla e l’Italia moderna

Avvenire – 30 novembre 2010

Dieci anni fa, nell’autunno del 2000, moriva lo storico pavese Carlo Maria Cipolla. Percorse una brillante carriera accademica e lasciò molte ricerche di storia economica oltre ad una serie di libretti nei quali divulgava con una scrittura brillante, arguta eppure rigorosa, numerose e importanti questioni di micro-storia, storia materiale e storia della mentalità. Grazie alla sua profonda dimestichezza con i legami operanti fra progressi tecnici e materiali e strutture della società, scriveva libri originali e interessanti (divulgativi nel senso più nobile del termine) entrando nei labirinti della storia con uno sguardo fresco, curioso che gli consentiva di scorgere passaggi ad altri invisibili, di intuire legami inattesi fra fenomeni in apparenza lontani. I suoi libri, anche i più brevi, erano solidi, documentati, fondati su originali ricerche di archivio. Per formazione e scelta non era interessato alla formulazione di grandi teorie storiche, tuttavia le sue «semplici teorie» – come venivano spesso definite – gli davano la possibilità di dimostrare con eloquenza come e quanto gli effetti di piccole innovazioni potevano ripercuotersi sulla società, sulla mentalità, sui processi di lungo corso, sulle stesse strutture demografiche dell’Europa moderna. Questo stile storiografico – che emerge nella sua Storia economica dell’Europa pre-industriale (Il Mulino) da poco riproposto in libreria – si apprezza in libri come Vele e cannoni (1965), che lega la supremazia coloniale dell’Europa sul mondo intero ad alcune specifiche caratteristiche dei velieri e delle vele, oltre che dei cannoni. In Conquistadores, pirati e mercanti (1996) il respiro mondiale dell’economia europea cinquecentesca si fa risalire al real de ocho, la famosa moneta d’argento che compare in tutte le storie di pirati, adattissima a favorire i commerci perché pratica, leggera e del valore giusto, né troppo alto né troppo basso. Ne Le macchine del tempo (1967), oltre a raccontare l’impatto dell’orologio sulla società tra medioevo ed età moderna, verificava come le varie culture possono recepire in modo totalmente diverso invenzioni capitali come gli strumenti esatti di misurazione del tempo. Se in Europa (e in Giappone) si comprese subito che l’orologio era un’invenzione epocale, diverso è il discorso della Cina, dove fu introdotto dai padri Gesuiti. Lì lo strumento esatto per la misura del tempo divenne un’affascinante curiosità meccanica da collezionare e usare alla stregua di un giocattolo.  Ma è soprattutto nella storia della sanità che Cipolla ha dato alcuni dei suoi contributi migliori, in libri come – tra gli altri – I pidocchi e il Granduca (1979) o Miasmi e umori (1989), ci porta ad una serie di interessanti scoperte ancora non pienamente recepite nella divulgazione storica. Ad esempio che, contrariamente a quanto affermato in tanti luoghi (narrativi, divulgativi, mediatici) interessati a mostrare l’arretratezza culturale e tecnologica dei paesi cattolici, i principati dell’Italia settentrionale sino a Firenze (con eccezioni più a Sud), non soltanto non erano arretrati in materia di politica sanitaria e igienica rispetto al resto dell’Europa ma, anzi, assolutamente, erano all’avanguardia. Dopo la peste del 1348, le magistrature preposte cominciarono a studiare e a fare applicare provvedimenti in materia di pulizia delle case, smaltimento dei rifiuti, costruzione di reti fognarie, prevenzione e profilassi, che in Inghilterra sarebbero arrivate soltanto… in pieno Ottocento.

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